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Come ritrovare la rotta: la corsa in tempi incerti

Sfida e imprevedibilità non sono certo concetti nuovi per la veterinaria e ultrarunner australiana Kirra Balmanno. Eppure, il 2020 ha rappresentato, per tutti noi, una situazione inedita, mettendoci di fronte a una prova diversa rispetto a tutte quelle affrontate in passato e cioè: l’incertezza. Tuttavia, l’esperienza ha dimostrato che anche a questa ci si può adattare. L’inarrestabile viaggiatrice e appassionata della corsa in montagna ci racconta come le lezioni apprese in alta quota le abbiano aiutato a farlo.

 

Autrice: Kirra Balmanno 

 

Il tempo può diventare un concetto astratto in Nepal, soprattutto quando ci si trova nel bel mezzo dell'Himalaya, immersi nella bellezza delle montagne più alte del pianeta. L'unico orologio che scandisce il tempo è il sole, che ogni sera scompare dolcemente dietro le vette imponenti, donando alle montagne un bagliore onirico. È una vista che ti rapisce e ti immobilizza, indipendentemente da quanto sia forte, in quel momento, il tuo desiderio di un piatto di ravioli Momo, accompagnato da un tè allo zenzero con limone e miele. I tramonti nepalesi sono un’immensa fonte di piacere per gli occhi. 

 

Immaginavo così i miei tramonti all'inizio del 2020, quando On mi aveva presentato il mio nuovo progetto: una corsa attraverso il distretto del Mustang in Nepal. Questa regione, anche nota come "l'ultimo regno proibito" perché era una monarchia fino al 2008, è una roccaforte della cultura buddhista tibetana, ricca di grotte e di miti e povera di molecole di ossigeno a causa dell’altitudine elevata. Gli antichi monasteri risvegliano l'immaginazione dei fortunati 1000 visitatori a cui è consentito l'ingresso nella regione ogni anno. Nel Mustang si narrano leggende di monaci Lung-gom-pa, capaci di attraversare i deserti d'alta quota e storie di creature mitiche come lo yeti o del leopardo delle nevi.

  

 

Ogni anno, una schiera di trail runner a caccia di avventure si radunava nel villaggio di Kagbeni per partire alla volta di una spedizione di otto giorni attraverso la regione trans-himalayana che confina con il Tibet, la Mustang Trail Race. Avevo programmato di partecipare alla gara raggiungendo la linea di partenza non in aereo con il volo della Yeti Air ma correndo i circa 100 km a monte del fiume Kali Gandaki fino alla valle di Muktinath. 

 

La classica domanda che viene sempre posta ai corridori è: “Perché?” La mia risposta è che il disagio che provo affrontando compiti difficili mi aiuta a raggiunge uno stato di trascendenza, che è un po’ il mio chiodo fisso. O forse è soltanto la regola del "picco-fine"? Quest’ultima dice che ricordiamo un’esperienza in base alle percezioni avute al suo culmine piuttosto che durante tutto l’evento nel suo insieme. È per questo che dimentico quanto è faticoso correre per centinaia di chilometri ad altitudini fino ai 6000 m? E quanto fa freddo lassù? In ogni caso, ogni volta, l’unico ricordo che mi resta è il senso di libertà che ho provato correndo sull'Himalaya, dove il tempo non è altro che un'illusione, frase che, per inciso, riassume bene il tenore generale di questo 2020.

 

Ero lì, sulla Sunshine Coast, in Australia, con i bagagli già fatti e le mie nuovissime Cloudventure pronte come non mai per la magia dell'Himalaya. Avevo già prenotato i voli per una serie lunghissima di destinazioni esotiche, dove avrebbero avuto luogo gare entusiasmanti. Doveva essere il mio anno più "pianificato" dopo il 2016, quando avevo lasciato l'Australia per intraprendere un viaggio, inaspettatamente spirituale, alla ricerca di aree verdi sulle montagne rocciose di Al Hajar. Quello stesso anno, mi ero anche ritrovata a vomitare dietro i cespugli sulla catena montuosa del Caucaso, dopo aver esplorato ogni sentiero delle Alpi del Vallese, in Svizzera. Sempre nel 2016, reduce da una missione, o forse due, dell'Annapurna Base Camp, dovetti usare il mio iPhone come torcia per correre verso casa.

 

Avevo quindi pianificato un 2020 che doveva diventare quasi altrettanto avventuroso. Poi, improvvisamente, il mondo ci ha rimandato tutti a casa, chiudendo le sue porte ai viaggiatori. Era arrivata la pandemia.

 

È stato un anno difficile a livello globale. Ovviamente anche io non ho potuto portare a termine molti dei miei progetti. Tuttavia, questo non ha avuto grande importanza di fronte a problemi ben più grandi, a cominciare, per esempio, dalla carenza di ventilatori negli ospedali australiani, che ha fatto sì che noi veterinari dovessimo mettere a disposizione i nostri. Ciononostante, è stato un momento di riflessione intensa. Ci sono molte cose di cui sono grata, tra cui alcune incredibili esperienze di corsa in montagna. In questo articolo, anziché un epico racconto delle mie corse avventurose sull'Himalaya, vi propongo dunque alcune riflessioni su come noi corridori possiamo, nella situazione attuale, ridefinire le nostre rotte. Partendo dalla mia storia personale vi racconterò come ho perso la bussola e come ne ho trovata una nuova. Penso che riuscirete a capirmi perché credo che la maggior parte delle vite siano state scosse dalle lezioni di incertezza che questo 2020 ci ha insegnato.

 

 

Perdere la rotta: le lezioni che ho imparato correndo a lungo, spesso sola, sulle montagne di tutto il mondo. 

 

Gratitudine

La mia prima reazione al COVID-19 era stata: "OK, le cose stanno così. Accetto la situazione e cerco di elaborare un nuovo piano. Quest'esperienza mi insegnerà qualcosa, proprio come quella volta quando la mia torcia ha fatto cilecca a Chomrong e dovevo ancora arrivare fino a Nayapul". La mia ottimistica ingenuità mi aveva fatto anche supporre che, molto presto, avrei di nuovo potuto esplorare il mondo. 

 

Purché all’inizio ero stupita dalla mia capacità di adattamento, il mio ottimismo, in genere molto spiccato, è progressivamente andato scemando quando i giorni sono diventati settimane e le settimane mesi. La situazione di pandemia mi allontanava sistematicamente dai sogni di avvincenti corse in montagna, catapultandomi nel presente che, quando è fine a sé stesso, può essere logorante. Giorno dopo giorno apostrofavo i miei pazienti a quattro zampe dicendo: "Stai seduto!" o "Stai fermo", mentre realizzavo sempre più che io, ferma, non riuscivo proprio a stare. Un'appassionata di viaggi con un debole per i paesaggi montani e i climi più rigidi, rinchiusa in un'oasi tropicale circondata da spiagge perfette, persone con gli addominali e l’abbronzatura da magazine di moda e copiose scorte di yogurt alla papaia e al cocco. Ve lo immaginate? Per sopravvivere, dovevo iniziare a guardare le cose da una nuova prospettiva.

 

 

Così un giorno, dopo una giornata particolarmente intensa in clinica, ho avuto una conversazione telefonica con un caro amico. Si chiama Ram, vive in Nepal e dirige un'agenzia di escursionismo. Ha uno staff di cui deve occuparsi e la sua attività dipende in toto dal turismo e dall'apertura dell'Himalaya al resto del mondo. Di solito, ogni estate, Ram veniva in Europa per partecipare alle ultramaratone, perché corre davvero forte. Ricordo ancora il nostro primo incontro: andai a prenderlo alla stazione di Chamonix in macchina per portarlo alla linea di partenza della Ultra Tour Monte Rosa. Sono abbastanza sicura di ricordare che la sua scarpa sinistra fosse tenuta insieme con del nastro adesivo. Arrivò secondo all’ultramaratona. 

 

Quel giorno in cui l’ho chiamato, quindi, gli ho chiesto come andavano le cose a casa sua, in Nepal.  Mi aspettavo notizie terribili. Invece, Ram mi ha dato la risposta più positiva che avessi mai ricevuto dall'inizio di questo pandemonio. Mi ha detto: "Ci sono tantissime fattorie qui, quindi abbiamo cibo in abbondanza. Al momento non posso fare trekking, per cui sto aiutando un ente di beneficenza locale a distribuire telefoni e tablet per l'istruzione dei bambini che vivono nelle aree limitrofe". Proprio come una scarpa strappata non aveva ostacolato la performance di Ram nella gara, il COVID-19 e la conseguente mancanza di turisti escursionisti non gli hanno impedito di continuare a fare cose incredibili.

 

Questa capacità di vedere i lati positivi della situazione e di sfruttare al meglio le circostanze inaspettate ha infuso nuovo ottimismo nei miei pensieri. Non sono sicura se Ram sappia quanto questa piccola conversazione abbia influito sul mio stato d’animo ma mi ha incoraggiato a essere riconoscente per quello che ho, controllare solo ciò che posso e arrendermi di fronte al resto.

 

 

Meditazione

Tra le gare a tappe in più giorni che si svolgono su alcune delle vette più alte del mondo e i base camp dell'Himalaya, avevo già dedicato dieci giorni della mia vita a stare seduta in silenzio e, attraverso le tecniche di meditazione Vipassana ho imparato lezioni simili a quelle apprese durante la corsa di resistenza.

 

L'anno scorso, da qualche parte tra Innsbruck, in Austria, e la valle dell’Engadina, in Svizzera, avevo abbandonato il mio rituale quotidiano di meditazione, poiché la vicinanza alle montagne non me ne faceva sentire la necessità. Quest’anno, invece, ho ripreso questa pratica che sta sostituendo la funzione delle lunghe corse su sentieri solitari, cioè quella di darmi un po' di spirito zen. La meditazione quotidiana ha migliorato notevolmente la mia capacità di adattamento ai cambiamenti imposti alle nostre vite nel 2020. 

 

Ghiacciai metaforici: affrontare gli ostacoli

Gli ostacoli che affrontiamo giornalmente spesso non sono così scenici come l'attraversamento di un fiume su un ghiacciaio durante la notte o un'ardua scalata per raggiungere una vetta. Quest'anno abbiamo affrontato pareti di ghiaccio metaforiche, che si sono frapposte tra noi e i nostri obiettivi. Abbiamo dovuto imparare a scalarle per trasformare gli ostacoli presenti in nuove possibilità. 

 

Ritorno alla natura

Oltre ad aiutarci a trovare la pace, è stato dimostrato che immergersi nella natura fa bene al nostro sistema immunitario, causando un aumento dei livelli di cellule cosiddette Natural Killer (NK) che eliminano quelle infette da virus. Non voglio dire che serva davvero una ragione scientificamente provata per andare nella foresta pluviale, sfrecciare sulle radici degli alberi e trovare il nirvana su un sentiero verdeggiante.Quando ero in Australia, ogni giorno facevo il circuito di 7 km del giardino botanico del mio quartiere, Maroochydore, per respirare aria fresca e godermi lo stato di flow. 

 

 

Trovare una nuova rotta

 

Le gare durante la pandemia

A settembre sono tornata sulle Alpi. Dopo le traversate delle dorsali montuose in Carinzia e l'alba sulle cime di Zermatt, ho raggiunto Innsbruck in tempo per l'inizio posticipato dell'Innsbruck Alpine Trailrun Festival. Correre 150 km su quel sentiero stretto e impegnativo mi ha dato occasione di riflettere sull’assenza di gare durante la pandemia. Mi sono unita alla folla di trail runner mascherati, rispettando la distanza di 1,5 m e ascoltando qualche traccia di Taylor Swift (che resti tra noi). Volevo giusto trovare la carica per il venerdì sera, che ho passato a ballare sotto la luna su altri sentieri che circondano questa meravigliosa città di montagna. Poiché ero poco preparata e leggermente esausta, devo ammettere che la gara non è stata esattamente un successo, ma provavo un’enorme gratitudine e un grande entusiasmo per il semplice fatto di poter correre e gareggiare di nuovo.

 

Ho avuto la conferma che varcare la linea di partenza di un'ultramaratona ti regala una sensazione unica, sempre, indipendentemente dalla pandemia. Fin dall'inizio sai che ci saranno tratti difficili ma non sai ancora quando arriverà o quanto durerà ogni ondata di emozioni. La bellezza di questo sport sta nel fatto che ci regala la capacità di percepire ogni sensazione e di apprezzarla per quello che è, accettando che il cambiamento è l'unica costante nel mondo. Sofferenza e piacere sono esperienze transitorie che ci ricordano cosa significa vivere. 

 

Dopo un anno di grande incertezza (e tante metafore), l'ultramaratona mi ha ricordato che si può abbracciare l'ignoto, trovare forza nelle sfide e dimostrare che è possibile trovare nuove rotte e riscoprire l'avventura nei luoghi e nei momenti più inaspettati. 

 

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